SERGIO GIANNOTTA FOTOGRAFIE

"Impronte" poesia di Luciano Benini Sforza ispirata dalla serie "Il mare dentro", Ottobre, 2018

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"Impronte"

Il cellulare. Una borsa, la foto
di persone care. Le scarpe da calcio,
il vestito griffato. Selfie di momenti vari.
Un portafoglio pieno di denaro.
Le cose, amico mio, che ci portiamo dietro
sono davvero impronte digitali,
quelle del nostro andare nel mondo.
Il nostro respiro, la sua direzione.
Tu, Sergio, mi ha scritto che dovunque
ti porti dentro il mare. Quello ovattato
e lieve di ottobre, penso. Verso mezzogiorno,
qui il faro è ricordo di un’altra luce,
di una vita frenetica e senza silenzio,
ma ai primi d’ottobre il giorno,
il mare vanno calmi e tiepidi.
Lo immagino così, il tuo.
Un petalo che cade dal bianco di una rosa
come una carezza
finita sulla guancia di chi ami.
Le onde della tenerezza a volte
sono così forti, amico mio, molto
più di un albero cresciuto alto in giardino.
Davvero ti porta con te, sai, il mare
come una madre porta dentro di sé
un sogno, un suo mondo piccolo
e immenso che sta per nascere.
Su quel filo di vita si tiene stretta, si spinge
fra i giorni e i loro lunghi passi,
seguendo le orme invisibili di quel bambino…
Così, come un’acqua sottile e profonda,
come la sua vita che ugualmente non vedo,
ti muove, si calma, ti fa respirare nel tempo
fra la sabbia o nel sole che incendia le ore,
Sergio, il tuo mare…

("Da un tempo all'altro", raccolta inedita) testo ottobre 2018
© Luciano Benini Sforza All Rights Reserved

teresa_di_riva_1___Copia.jpgSERGIO GIANNOTTA - IL MARE DENTRO - STAMPA GICLEE' FINE ART SU CARTA HAHNEMÜHLE PHOTORAG CM 40 X CM 40

Intervista a Sergio Giannotta pubblicata su Fotocommunity a cura di Lucy Franco, Novembre 2017

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La fotografia di Sergio Giannotta non urla, non si impone con cromie accecanti, non invade spazi con moltitudini di segni, non stride per contrasti abbacinanti.
Al contrario sussurra raffinata, evanescente, a volte ermetica per improvvise ritrosie, sempre delicatissima. Ha la sincerità disvelata di una interiorità ricchissima, che pervade ogni inquadratura, e lascia traccia di sé nell’animo dell’osservatore, anche quando l’occhio ormai è lontano.

Nato a Catania nel 1965 dove vive tuttora, ha frequentato il Liceo Artistico Statale e l’Accademia di Belle Arti (Sezione Pittura). Dopo iniziali esperienze nel campo della pittura, si è avvicinato alla fotografia, attività in cui ha cominciato ad occuparsi - coerentemente e con costanza- a partire dalla fine degli anni novanta, partecipando a qualificate mostre.

Parlando di sé afferma:
“Non mi ritengo un fotografo, ma un creatore di immagini, di piccole visioni, di frammenti intimi...
Ritengo che l’arte semplifichi il pensiero e alleggerisca il vincolo della materia, permetta e favorisca il cruciale passaggio dal buio alla luce e, ampliando la conoscenza di noi stessi, apra infine alla conoscenza dell’intera umanità e dell’universo.”

D – Nel tuo percorso fotografico, c’è stato un momento preciso in cui tutto è cominciato? Un maestro, un avvenimento, una foto che sono stati fonte di ispirazione e un propellente intellettuale?

R- Non c’è stato un momento ben preciso ma piuttosto tutta una serie di avvenimenti interiori che mi hanno ricondotto alla fotografia. Dico ricondotto perché il mio interesse iniziale è stato essenzialmente pittorico e alla pittura e allo studio di essa ho dedicato parecchi anni della mia vita. Il ritorno alla fotografia, praticata in età giovanile, è stato come un interiore ritorno dopo un lungo viaggio e il naturale approdo verso una riva da cui ero partito molti anni prima.

D – Usi spesso le Polaroid: la istantaneità è un valore aggiunto? E’ la non possibilità del ripensamento in camera chiara?

R- Le Polaroid mi servono a fermare un’emozione più che un istante, nella loro incredibile imperfezione sono il riflesso della mia anima. Indistinte a volte, lievi o sbiadite, imprevedibili e bizzarre, sono come un dialogo, tutto muto ed interiore, tra ciò che il mio occhio vede e ciò che la mia interiorità restituisce.

D – Cosa chiedi al colore, in senso estetico e psicologico? Quali zone del tuo immaginario veste?

R- Il colore nelle mie immagini non è mai descrittivo e difficilmente restituisce un riferimento ben preciso alla realtà. Ha il compito di suggerire, ricordare, emozionare e ricercare, interiormente, il tempo delle cose e della memoria.

D – Da quale percorso sei arrivato a dedicare una parte dei tuoi lavori a elementi della natura, mare, cielo, terra, legati da un invisibile filo stilistico?

R- Tutto è avvenuto in maniera assolutamente naturale senza una spiegazione ben precisa. E’ stato come un fil rouge fatto di sensazioni, emozioni, memorie, frammenti intimi, ricordi d’infanzia che è emerso a poco a poco dentro me ed è cresciuto, giorno dopo giorno, prepotentemente fino a diventare identità stilistica.

D -Alfred Stieglitz ha rivoluzionato il modo di concepire la fotografia, con scatti che egli chiamò «equivalenti» di quel che si muoveva in lui.
Equivalenti degli stati d’animo del loro autore, “del caos del mondo e del suo rapporto con il caos nella certezza che il loro significato profondo vada al di la della pura e semplice trascrizione del soggetto.”
La fotografa e critica Doroty Norman dirà degli “equivalents” «Ha visto, e sentito, i momenti più fugaci della più fragile e angelica delicatezza, fusi perfettamente con i vertici più profondi, eterni e senza tempo del rapporto che l'uomo ha con tutte le cose dell'universo».
La serie “ Le parole che ho creduto di dire “ è il tuo “equivalente”?

R- Sì, credo possano rappresentare, in un certo senso il mio “equivalente”. Una serie nata da uno stato d’animo che va oltre la semplice rappresentazione e costruisce una relazione emozionale attraverso le immagini di alcune nuvole ed una frase che rivela una sensazione, un ricordo, un desiderio. In questo senso la riflessione che accompagna la tua domanda mi sembra quanto di più appropriato e interessante possibile.

D – I paesaggi rarefatti, costruiti sottotraccia da diagonali, parallele, linee ideali, risultanti da composizioni pulite e minimali, una sinossi di un tutto che si lascia immaginare, sollecitato delicatamente da queste impronte di vita: è il sogno che si fa visione?

R- Sì ,è il sogno insieme alla memoria e al tempo, inteso in senso metafisico, che diventa visione e sostanza della mia interiorità ed attraverso il quale le mie “visioni”, prendendo corpo, diventano immagini.

D – Qual è, se c’è, la terza dimensione di una tua immagine?

R- E’ una domanda alla quale non saprei rispondere. Se per terza dimensione facciamo riferimento alla dimensione del cuore e dell’anima, allora sicuramente sì, la posseggono.

D – Nel tuo archivio ci sono anche cose preziose non solo come valore intrinseco dell’immagine, ma come realizzazione pratica.
Penso ad esempio alle sperimentazioni chimiche: è un passaggio obbligato della tua ricerca fotografica, o una folgorazione nata dalla pura e semplice passione?

R- E’ qualcosa che ha a che fare con il mio desiderio, quasi alchemico, di provare a ricercare sempre nuove forme di espressione, come le cosiddette “tecniche alternative” e in particolar modo la cianotipia.
E’ questo un antico metodo di stampa fotografica caratterizzata dal tipico colore Blu di Prussia, inventata dallo scienziato e astronomo inglese Sir John Herschel nel 1842.
Il processo si basa su alcuni sali di ferro, precisamente il ferricianuro di potassio e il citrato ferrico ammoniacale.
Questi due sali, mescolati assieme, sono molto sensibili e reagiscono quando posti di fronte alla luce di tipo solare.
Frapponendo un negativo tra la luce ultravioletta e un foglio di carta su cui è stata applicata la soluzione ai sali ferrici, si produce un'immagine fotografica.

D - Quale pensi possa essere il percorso futuro della tua fotografia? Ci sono altri linguaggi espressivi che ti piacerebbe provare

R- Non so prevedere verso dove andrà la mia fotografia, che percorso intraprenderà, difficile dirlo. So di certo che farò in modo che non perda di vista quelle direttive che mi hanno sempre accompagnato come la tensione emotiva all’interno di ogni immagine e, spero, la totale assenza di convenzionalità e banalità. Per quanto riguarda altri linguaggi espressivi penso che una porta sia sempre aperta in me per quanto riguarda la sperimentazione e uso di tecniche nuove. Facevo riferimento poco fa al mio desiderio quasi alchemico di provare a sperimentare sempre come una sorta di esigenza e urgenza interiore.

D – Il prossimo progetto in agenda?

R- Non inizio mai un progetto intenzionalmente, ma sono le immagini che vengono a me e piano piano per affinità tra alcune di loro, diventano progetto. In diverse immagini che ho già realizzato ho intravisto alcune affinità, caratteristiche che possono suggerire l’inizio di vari progetti e che mi piace portare avanti contemporaneamente.

1.jpgSERGIO GIANNOTTA - LE PAROLE CHE HO CREDUTO DI DIRE - POLAROID 600, DITTICO CM 10,7 X CM 17,6

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